Gettai l’ennesima sigaretta dal finestrino e guardai dal lunotto l’ingresso del McDonald’s di Cinisello Balsamo, situato sulla strada statale che collega Milano a Monza, per poi arrivare fino a Lecco, attraversando la Brianza, quella che tutti noi chiamavamo «La Valassina». Era stato uno dei primi ad aprire nella provincia milanese e fu un successo immediato: sciami di ragazzini e famiglie lo assediavano durante il giorno, mentre branchi di tamarri e gruppetti malavitosi lo frequentavano di notte. Era aperto ventiquattr’ore su ventiquattro. Arrivò per rompere l’ultimo tabù che ci separava “dall’americanizzarci» completamente: il cibo.
Erano passati una decina d’anni da quell’inizio maestoso e continuava a funzionare alla grande. Erano circa le due del pomeriggio e dal parcheggio potevo vedere l’onnipresente via vai di gente che entrava ed usciva dal ristorante, una massa affamata composta soprattutto da lavoratori a quell’ora: corrieri che parcheggiavano velocemente furgoncini in seconda e terza fila, agenti immobiliari sempre di fretta nei loro completi firmati, gruppetti di impiegate che sghignazzavano solidali verso il pettegolezzo che stavano condividendo. Insomma, niente di straordinario: un giorno qualunque di una settimana qualunque nel bel mezzo di un’estate milanese. Tutto sembrava normale, tutto pareva svolgersi secondo un copione ripetuto quotidianamente da non so quanti anni, decenni, forse secoli.
Fu in quel momento che, all’improvviso, cominciai a provare nuovamente quella maledetta sensazione, quel sentore che mi faceva percepire me stesso completamente distaccato dalla realtà che mi circondava, come se stessi osservando la scena di un mondo al quale non appartenevo. Mi capitava di continuo e, di solito, più le immagini recepite trasmettevano normalità, più avvertivo la distanza tra le due dimensioni: la mia, composta dai rivestimenti interni di una Smart che avevo consumato a furia di guardarli fissamente durante le mie interminabili soste, stazionando ore ed ore tra un parcheggio e un altro in quella che risultava essere la gincana favorita durante le ore di consumo; e la dimensione esterna, fatta di vite vissute: bambini, sorrisi, problemi, arrabbiature, ritardi, baci, fidanzamenti, colloqui, lavori, case, viaggi, vacanze, sogni, malattie, morte. Tutte cose che alla mia vita, apparentemente, non appartenevano.
In realtà, negli ultimi mesi, quasi per miracolo, in un momento di quello che pareva essere un contatto con l’altra realtà, ero riuscito a vivere una relazione intima con un meraviglioso essere umano, una fanciulla che solo qualche ora prima avevo disperatamente abbandonato all’aeroporto di Malpensa in preda a un attacco d’ira dovuto all’ennesima intossicazione da consumo di cocaina.
Tirai un sospiro cercando di farmi forza, aprii la portiera dell’auto e misi prima un piede fuori, appoggiandolo sull’asfalto; dopodiché feci leva sul volante con le braccia e cercai di muovere il resto del corpo in quello che somigliò a uno sforzo per permettere alla vita stessa di uscire dalla macchina. I raggi solari arrivarono di colpo, senza avere il tempo di difendermi, dritti sul mio viso, e l’escursione termica tra il microclima artificialmente mantenuto dall’aria condizionata della Smart e il caldo emanato dal sole di luglio e propagato dalla superficie asfaltata della città per poco non mi uccise.
Fu come una bollente doccia gelata; mi svegliai di colpo dal torpore che mi aveva accompagnato nel tragitto che mi portò a quell’istante, in quel parcheggio, dalla sveglia fisica, avvenuta solo un paio d’ore prima, quando i colpi che improvvisamente invasero la persiana di acciaio mi scrollarono dalla branda matrimoniale che avevo montato nel vecchio ufficio, accompagnati dalle urla di mia madre che gridava il mio nome.
Mi ricomposi e finalmente entrai nel famoso McDonald’s. Mi misi in fila e, aspettando il mio turno, cominciarono a tornare nella mia mente alcuni flash della notte passata. Li scacciai violentemente dalla mia testa e cercai di concentrarmi sul menù. Fu efficace, dato che quel breve accenno di disperazione fu sostituito dall’euforia lussuriosa generata dalla proiezione della mia mente sull’esperienza sensoriale che avrei provato di lì a pochi minuti, quando il mio stomaco sarebbe stato riempito con materia grassa, sale, aromi e sapori e successivamente irrigato da zuccheri.
Arrivò il mio turno; ormai la saliva accumulata nella mia bocca riempiva abbondantemente le sacche al lato dei molari, potevo sentire tutta quella saliva naufragare da una sponda all’altra della mia cavità orale. Ordinai un Big Mac Menù, grande naturalmente, enorme, possibilmente, con Coca Cola e patatine; quattro alette e otto nuggets di pollo, con l’aggiunta di una quantità eccessiva di salse e salsine. L’acquolina in bocca lasciò spazio a una sensazione vibrante che partiva dal diaframma per arrivare alla bocca dello stomaco, come se un’immensa marea di farfalle improvvisamente prendesse il volo decollando da esso. La stessa sensazione che provavo di fronte alla prima striscia.
Mi guardai attorno e, non appena vidi un tavolino libero, mi fiondai incurante delle decine di persone che in quel momento condividevano il mio stesso spazio, respiravano la mia stessa aria. Mi sembravano solo ombre in un deserto senza sole, presenze organiche con le quali ero sicuro di non spartire nulla. Mi sedetti e iniziai a sbranare tutto quello che c’era nel vassoio senza un ordine preciso, come in una sorta di caos cosmico concentrato in un paio di chili di cibo spazzatura. Piano piano, forse a causa del bombardamento calorico al quale il mio cervello era soggetto, la mia capacità cognitiva cominciò a rientrare in una sorta di normalità; di colpo sentii una corrente d’aria fresca: la presenza dell’aria condizionata mi fece capire che, oltre che cognitivamente, iniziavo a tornare anche fisicamente presente a me stesso.
Finalmente iniziavo a distinguere chiaramente quelle che fino a pochi minuti prima erano solo ombre; cominciai così a rendermi conto della moltitudine di gente presente in quella sala. Il problema fu che, insieme alla consapevolezza di star condividendo quello spazio con tutte quelle persone, arrivò anche la convinzione che anche loro, eventualmente, avrebbero potuto accorgersi di me: era una sensazione orrenda, un sentimento che provavo ogni volta che mi ritrovavo in pubblico, cosciente di non essere minimamente presentabile a causa del mio aspetto così drammaticamente tossico. All’improvviso potei sentire decine di sguardi rivolgersi verso il tavolo dove avevo appena finito di sbranare il mio menù; mi sentivo sporco, sudato e stropicciato. Quello che più di tutto mi terrorizzava era la possibilità che qualcuno potesse riconoscermi, conseguenza di quel sentore fobico e delle manie di persecuzione causate dall’effetto psicotico dovuto ai residui depositati nel mio cervello dalla quantità mostruosa di cocaina che avevo ingerito fino a poche ore prima. Cominciai a riconoscere tra quella folla famelica decine di possibili conoscenti. Provai a nascondere la mia presenza dissimulando il più possibile, incurvando la schiena e il collo nel tentativo assurdo di nascondere la mia enorme testa tra le scapole, come fossi una strafatta tartaruga di ottanta chili, senza perdere però l’angolo visivo sufficiente a inquadrare la situazione nell’eventualità di riconoscere qualcuno. Mi alzai dalla sedia in quella che doveva sembrare una contorsione nel triplice tentativo assurdo di nascondermi, sbirciare e levarmi di torno il prima possibile sincronizzando i miei movimenti.
In qualche modo riuscii a sgattaiolare fuori da quel maledetto hamburgerificio e, a passi svelti, mi fiondai verso il miraggio dell’oasi protetta che potevo scrutare da una relativa distanza: la mia Smart grigia.
Mi asciugai la fronte dal torrente che inesorabilmente cominciò a sgorgare dai miei pori a causa del mix agitazione/calore al quale ero stato preda negli ultimi dieci minuti; girai la chiave dopo averla introdotta nell’apposito blocchetto e, una volta inserita la marcia automatica, sfrecciai via da tutta quell’ansia, sperando che l’aria condizionata rimettesse un po’ le cose in ordine.
Lo stomaco più che pieno e la temperatura interna dell’abitacolo che finalmente iniziava a farsi sentire gradevole accelerarono in me l’ingresso di quello che poteva considerarsi una sorta di stato di grazia e beatitudine, una sensazione di benessere diffuso che tutti noi tossici conosciamo molto bene: il nirvana acceso dalla consapevolezza che di lì a poco saremmo stati in possesso della nostra droga preferita. È una sensazione potentissima, un impressionante turbamento che sembra annaffiare ogni tuo atomo. Presi il telefono e lanciai la chiamata. Dopo due squilli sentii un «Ciao bello». Lo spacciatore era disponibile. Come sempre, del resto.
